I film del grande schermo

a cura di Franco La Magna

LA “NUOVA” COMICITA’ MERIDIONALE: FENOMENO PASSEGGERO O “FILONE”?

“Siamo usciti dai quartieri borghesi. Abbiamo raccontato un’Italia che sugli schermi non è quasi mai rappresentata. Poi con semplicità e ironia abbiamo affrontato temi forti: razzismo, omofobia, guerra di religione. Li abbiamo rivoltati di segno, restituiti con leggerezza ed ironia perché noi crediamo che la gente debba andare al cinema per essere ‘imparata’, come direbbe Checco”. Così enuncia la “formula” dell’incredibile successo commerciale Gennaro Nunziante,  regista-sceneggiato-re del fortunatissimo “Che bella giornata” (2010), che con il ritorno del personaggio di Checco Zalone (alias Luca Medici) ha perfino tampinato, forte dei suoi oltre 43 milioni d’incasso (!), la corazzata “Avatar”, ridimensionando in parte, seppur non sottovalutandolo, il ruolo svolto dal piccolo schermo nell’escalation della hit parade popolare di alcuni personaggi, ormai cult per l’intontito pubblico televisivo: dal “moderato” Cetto La Qualunque (Antonio Albanese) al cafone inurbato, “tamarro”, “coatto”, “cozzalone”, Checco Zalone.

Ma è davvero nuovo l’approccio “leggero”, del “castigat ridendo mores”, verso i “temi forti” ?

Nel percorso storico del cinema italiano, sembra piuttosto esattamente il contrario. Da sempre non c’è materia, tesi, argo-mento, soggetto, che non sia stato sottoposto al vaglio impietoso, al vetriolo, della nostra amata-odiata “commedia”. Lo provano, al di sotto della “linea della palma” (ma si può abbondantemente risalire geograficamente e temporalmente) l’amarissimo “trittico dell’impegno civile”, firmato dalla “ditta” Brancati-Zampa: “Anni difficili ”(1948) “Anni facili”(1953), “L’arte di arrangiarsi” (1954); i grotteschi “Divorzio all’italiana” (1961) e “Sedotta e abbandonata” (1963) di Pietro Germi; la Wertemuller de “I Basilischi” (1963), il Monicelli de “La ragazza con la pistola” (1968), il giallo-rosa “Un caso di coscienza” (1970) di Gianni Grimaldi o il surreale “Incantesimo napoletano” (2002) di Miniero e Genovese, che rovescia il cliché del-l’anomalia vernacolare meridionale a vantaggio d’un Sud in orgogliosa rivendicazione dialettale. E neppure l’abbandono del pecoreccio può essere considerato una novità. Cinepanettoni e affini non hanno mai svuotato l’arco della comicità nazio-nale. Fenomeni come Verdone, Salvatores, Troisi, Nuti, Piccioni, Aldo, Giovanni e Giacomo, Benigni, Virzì, Albanese…, sull’al-tra sponda (quella della commedia “intelligente”, meno sbracata e plateale) formano da sempre un fronte compatto contro gli ormai declinanti “fast-food”. Il tratto più originale, semmai  -in riferimento a film come “Che bella giornata”, “Benevenuti al sud”, “Focaccia Blues”, “Basilicata coast to coast”-  è l’aggiornamento comico-umoristico dei nodi classici della mai risolta questione meridionale, con l’aggiunta d’una dilatazione delle prospettive ai drammi attuali dell’immigrazione, del terrorismo internazionale, ecc…ed una tiepida ricongiunzione alla tradizione “sociale” della commedia. In questo rinnovamento si concentra il segno distintivo d’una reviviscenza che ora minaccia la “dittatura” romanesco-toscana, favorita dalla prematura scomparsa del campione della “napolitanità” Troisi, dalla “lombardizzazione” del pugliese Abatantuono o del mancato ri-cambio dei funambolici Franchi-Ingrassia.

Risvolto aberrante d’un Sud alla deriva, corrotto e corruttore, tragicamente comico e comicamente tragico, resumé di tutto il cialtronesco scadimento della politica italiana a mero affare di cricche e consorterie, è di contro l’iperrealistico “Qualun-quemente” (2011) di Giulio Manfredonia, il cui campione di sgrammaticata volgarità e di eccesso è ormai frutto della muta-zione antropologica d’una certa tipologia d’italiano, cresciuto all’ombra d’un’Italia apparentemente avviata verso il raggiun-gimento d’una democrazia matura, in realtà drammaticamente bloccata. Dunque da una parte una “nuova” comicità dai tratti “meridionalisti”, dall’altra (“Notte prima degli esami”, “Ex”, “Maschi contro femmine”, “Femmine contro maschi”) una commedia priva di critica sociale. Consapevolezza del resto denunciata dagli stessi registi-sceneneggiatori (“io parlo di rapporti di coppia mentre la commedia all’italiana è tutta nella critica dei costumi o personaggi negativi alla Sordi che fanno cose efferate”, dice Fausto Frizzi), in cerca di “originalità”, se di originalità è possibile parlare per opere il cui limite più evi-dente sta proprio in quel solipsismo familistico che lascia del tutto al di fuori ogni dinamica sociale, il divenire storico (che diventa metastoria) anche nei tormentati rapporti di coppia.

Per concludere. Dopo tanta visione stucchevole, stereotipata e “nordista” del Sud, finalmente sembra giunto il tempo d’un soprassalto d’orgoglio “meridionalista”, d’un troppo a lungo atteso risarcimento storico. Seppure il dubbio del semplice fenomeno commerciale, transeunte e superficiale, nasconde appena il timore dell’immediato esaurimento d’un “filone” (e in generale d’una produzione) che non riesce a varcare i confini del paese, dove i professionisti dell’esultanza hanno troppo prematuramente celebrato, sulla scorta dell’esito esaltante del box-office 2010, l’immaginaria riscossa del cinema italiano, celandone più o meno colpevolmente lo stato comatoso.

 

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